
Anche sul blog La Poesia e lo spirito
Un recente intervento del teologo Vito Mancuso, “Al mondo è necessario l’impero della forza”, uscito qualche giorno fa su Il Foglio e su questo blog, ha suscitato polemiche e attacchi da parte dei commentatori. Alle tre domande poste in premessa – se è giusto che il pontefice riceva con tutti gli onori in Vaticano il presidente americano George Bush, se può considerarsi giusta la sentenza della Corte di Cassazione che ha ritenuto di non dover processare e condannare il soldato americano che ha ucciso Nicola Calipari, e, infine, se sia giusto il provvedimento di sospensione per un anno delle molte migliaia di procedimenti penali compreso quello che riguarda l’attuale capo del Governo – il teologo risponde, “con un sofferto ma al contempo inequivocabile sì”, ”avendo avvertito l’impero di ciò che i nostri padri greci chiamavano ananche, e i nostri padri latini necessitas, ovvero di quel ferreo meccanismo che pone l’individuo al cospetto di forze più grandi, e anche più importanti di lui […]
Vito Mancuso sostiene, in particolare, nel primo caso: che anche “Giovanni Paolo l’avrebbe fatto”, che “ogni papa è e deve essere se stesso”, che “George Bush risulta un dilettante rispetto a papa Giulio II che faceva la guerra in prima persona.”; nel secondo caso egli dice: “Dietro la sentenza sul caso Calipari c’è la volontà della principale potenza mondiale di non far giudicare i suoi soldati in missione all’estero da nessuna istituzione giuridica non americana”, “Ciò che comanda nel mondo non è il diritto astrattamente inteso, ma è il diritto legato alla forza di chi detiene il potere.” ; riguardo all’ultimo caso egli sostiene: “se fossi stato un parlamentare del centrodestra, avrei votato quel provvedimento senza rimorsi di coscienza, ritenendo anzi di servire così il mio paese. Io ritengo infatti che ciò di cui l’Italia abbia ora maggiormente bisogno sia un governo. Il massimo bene dell’Italia ora è di essere governata, con tutta la serietà e l’efficacia possibile: sono troppo grandi e troppo urgenti i problemi per permetterci di rimanere senza governo, per permetterci il lusso di rischiare una condanna per il capo del governo democraticamente eletto e tutte le conseguenze del caso.”
Questo in sintesi, rimandandosi alla lettura integrale dell’intervento.
Ciò premesso, si osserva che:
1. le ragioni a sostegno delle risposte, nel primo caso, sono in prevalenza soggettive e generiche (“ogni papa è e deve essere se stesso”, “George Bush risulta un dilettante…”); mentre puramente fattuali sono nel secondo e terzo caso, ridotte a formule ed espressioni pericolose se staccate dalla loro ontogenesi e dal loro significato tecnico e storico (“il diritto astrattamente inteso”, “il diritto legato alla forza di chi detiene il potere”, “sono troppo grandi e troppo urgenti i problemi per permetterci di rimanere senza un governo, per permetterci il lusso di rischiare una condanna per il capo del governo democraticamente eletto”, “L’uomo maturo continua a lottare contro le ingiustizie del mondo chiamandole col proprio nome);
2. a titolo di esempio, prescindendo dal caso Calipari i cui atti processuali non conosco, dovremmo forse prima invece chiederci cosa intendiamo per diritto “astrattamente inteso”, e per “diritto legato alla forza di chi detiene il potere.” Le regole tra stati sono stabilite, com’è noto, dai trattati internazionali; nessuno stato può imporre agli altri, per il principio dell’autodeterminazione dei popoli, le proprie leggi che, in forza di altro principio, quello di corrispettività (per il quale si osservano i contenuti pattizi nella misura in cui anche gli altri li osservano), uno stato (a meno che non venga occupato manu militari) è libero di avere o non avere rapporti con altri stati; e se ad esempio un paese decide di cooperare in azioni di guerra con un paese col quale non esistono accordi, o che, pure esistendo, non li osserva, e sceglie di cooperare ugualmente per opportunismo o per metus reveriantilis, è evidente che lo fa a proprio rischio e pericolo; basterebbe infatti non cooperare “per non subirne” la forza;
3. nel punto dove si dice che “sono troppo grandi e troppo urgenti i problemi per permetterci di rimanere senza governo, per permetterci il lusso di rischiare una condanna per il capo del governo democraticamente eletto e tutte le conseguenze del caso”, si parla di “diritto astratto” come di un ostacolo per il governo, la democrazia e la volontà ultima del popolo sovrano; così come sarebbe un ostacolo chi lo applica, e tutti coloro “tentati” di “scandalizzarsi sempre di tutto, di fare dello scandalo la categoria che segna il rapporto tra se stesso e il mondo, un singolo perennemente in rivolta, sempre infelice, che sa solo dire solo di no, che sacrifica il bene comune a se stesso ai suoi risentimenti più o meno ideologici” etc.;
4. si sottacciono, però, o si danno per scontate le ragioni di fondo di una situazione processuale – quella del capo del governo - paradossale e unica per come s’intreccia, da anni, con la vita istituzionale; mentre si prende dura posizione contro coloro che la lamentano, con indignazione, ritenendoli ottusi fautori del fiat iustitia et pereat, “per quel senso astratto di giustizia che genera un perenne conflitto, e talora odio, verso questo mondo.”
Sostiene inoltre l’autore che “la giustizia, per essere veramente tale e non solo legalità, è sempre funzionale a un più alto grado di ordine del mondo: fiat iustitia ne pereat mundus”; che “L’uomo maturo continua a lottare contro le ingiustizie del mondo chiamandole col proprio nome”. Non viene però definito il significato di due espressioni che ci paiono importanti: a) “più alto grado di ordine del mondo”; b) “ingiustizie del mondo”. Entrambi sembrano non fare riferimento ad un assetto ordinamentale preesistente, ma ad una tensione alla giustizia che ci richiama Platone così come citato da Hans Kelsen ne “Il problema della giustizia”, dove si dice: “La giustizia predicata dal grande filosofo esige che gli uomini debbano essere trattati in modo conforme all’idea trascendente del bene che la conoscenza razionale non può raggiungere. […] Per questo san Paolo, il primo teologo della religione cristiana, insegna che la saggezza di questo mondo è pazzia davanti a Dio, che la filosofia – cioè la conoscenza secondo la ragione – non è una via per comprendere la giustizia divina, racchiusa nell’occulta saggezza di Dio, che questa giustizia viene rivelata da Dio soltanto a chi ha fede, cioè la fede che opera attraverso l’amore.” Al di là, però, della fede religiosa e dell’”intuizione individuale” – che secondo Platone “si compie come un’esperienza mistica, concessa a pochi soltanto per grazia divina” - si è dovuti ricorrere non a caso, nei millenni, alla codifica di regole al fine di organizzare la società e le sue istituzioni, regolare le relazioni tra singoli, affermare i diritti dei singoli. Ed è a tali norme che ci si trova costretti a fare riferimento, parlando di giustizia o di ingiustizie, onde evitare il caos e gli arbitri, i soprusi. Pur consapevoli della loro perfettibilità. Sostiene Alf Ross (“Diritto e giustizia”) che “senza un minimo di razionalità (prevedibilità, regolarità) non si potrebbe parlare di “ordinamento giuridico”, il quale presuppone che le azioni umane siano interpretabili come un tutto coerente di significato e di determinazione e siano (entro certi limiti) prevedibili.”
Non potrebbe essere diversamente, e così ogni istituzione (civile, religiosa, politica, giudiziaria) trae legittimazione da norme preesistenti che ne definiscono la competenza e i conseguenti limiti; lo stesso legislatore, chiamato dal popolo sovrano a rappresentarlo, dovrà agire nel rispetto delle norme anzidette, pur potendone applicare di vecchie o crearne di nuove. Non tutte le norme sono uguali, esiste una gerarchia che fa sottostare le une alle altre, sicché una legge ordinaria, per fare un esempio concreto, non potrà mai modificare una legge costituzionale.
Valutare la correttezza ed il giusto operare delle nostre istituzioni, e di chi coloro che le rappresentano, che non diversi da tutti gli altri cittadini (art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…”), è pertanto possibile soltanto in un modo: verificando la rispondenza di ogni singolo comportamento alle norme esistenti. Auspicando, naturalmente, il loro costante adattamento alle istanze di cambiamento e di giustizia (e quindi di “maggior bene per tutti”).
Nei tre casi considerati da Vito Mancuso la valutazione del comportamento di ciascuna autorità non potrà che avvenire nello stesso modo: sul piano della loro rispondenza alle norme ordinamentali.
Nel primo caso, la scelta del pontefice di accogliere Bush “con tutti gli onori” dovrà valutarsi in relazione all’ordinamento religioso: vale a dire con riferimento al vecchio e nuovo testamento (i dieci comandamenti e la parola di Dio rivelata attraverso Gesù). Riguardo alla decisione della Suprema corte, la sua decisione sarà stata giusta solo se si sarà osservato il diritto interno e quello internazionale (si ribadisce quanto detto prima sul principio di corrispettività, e sui rischi corribili dagli stati contraenti là dove non siano stati convenuti aspetti importanti come quelli inerenti la giurisdizione).
Nel terzo caso - più complesso e delicato, in questo momento, e sul quale ci soffermeremo maggiormente - i comportamenti da valutarsi sono quelli del capo del Governo, dei singoli ministri e del Parlamento, che hanno rispettivamente ideato, elaborato e poi approvato un disegno di legge finalizzato a sospendere, assieme a molte migliaia, un procedimento penale per corruzione a carico del capo del Governo. L’inserimento di tale procedimento tra quelli da sospendere, per ammissione del capo del Governo e di parlamentari dello stesso partito, è stato fatto deliberatamente. Lo conferma del resto il nuovo disegno di legge (“Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato”) che intende prevedere l’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato: capo dello Stato, capo del Governo e i presidenti di Camera e Senato. La sospensione avrebbe effetto retroattivo comprendendo anche il procedimento in parola.
Le norme ordinamentali a cui riferirsi sono quelle costituzionali, che stabiliscono le competenze del Parlamento e del Governo, oltre che i principi cardine della nostra repubblica democratica. Oltre all’art. 3 (sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge) e all’art. 112 (sull'obbligatorietà dell'azione penale), andrebbero considerati anche gli artt. 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) e 93 (“Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica”)(Questa la formula del giuramento: ”Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”). Ognuno può valutare da se, ora, la “correttezza” dei comportamenti portati ad esempio confrontandoli con le norme e gli impegni formalmente assunti, ad iniziare dal giuramento disatteso sia dal capo del Governo sia dai ministri stessi.
I provvedimenti normativi adottati, pur approvati a maggioranza dal Parlamento, sono in ogni caso incostituzionali, ed è quasi certo che tali saranno dichiarati, prima o poi. O potranno cadere per effetto di un referendum abrogativo. Né è ipotizzabile un procedimento di revisione costituzionale ai sensi dell’art. 138 Cost., per questa o per altra finalità.
Questo sarà il corso naturale della vicenda, salvo ripensamenti; e non per la perfidia o il malanimo delle forze politiche della minoranza. Queste ultime, certo, non sono completamente irresponsabili della grave situazione verificatasi, non avendo dato impulso a varare, pur avendo la maggioranza per farlo, le norme necessarie per evitare la candidatura politica – a premier e a parlamentare – di persone indagate o condannate, e quella di titolari di poteri imprenditoriali e mediatici in grado di condizionare pesantemente la società ed i suoi valori, i suoi gusti, la qualità e quantità della sua cultura e informazione; e, dunque, in una qualche misura, la sua libertà e consapevolezza.
Considerata la situazione e il possibile, anticipato scioglimento di questo Governo, “il massimo bene dell’Italia ora”, a ben vedere, non può che venire dal Governo stesso, cercando ribaltare in gloria ciò che fino ad ora non lo è stato; vale a dire, recedendo dai provvedimenti più controversi ed impiegando la sua non comune efficienza organizzativa per gestire con serietà e la massima condivisione con tutte le forze politiche gli imprescindibili processi di riforma da cui dipende la stabilità, la governabilità e il futuro del Paese. Le forze politiche della coalizione di Governo dovranno dare segnali inequivocabili, in tal senso, mentre gli altri partiti non potranno tirarsi indietro. Come cittadini, ci attende una veglia smisurata, e un dovere di presenza senza odio e senza sconti.
Giovanni Nuscis

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